Nel 2024 gli stipendi degli italiani hanno finalmente registrato un leggero aumento: +2,3% in termini reali, cioè al netto dell’inflazione. Una buona notizia dopo anni di perdita del potere d’acquisto, ma che non basta a colmare il vuoto lasciato dalla crisi finanziaria del 2008.
Da allora, i salari reali in Italia sono ancora più bassi di quasi 9 punti percentuali. È il peggior risultato tra tutti i Paesi del G20.
Perché l’Italia è così indietro rispetto agli altri? Come mai la ripresa stenta a trasformarsi in crescita duratura per tutti i lavoratori?
Un confronto impietoso con il resto del mondo
I dati dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) mostrano un’Italia ferma sul fronte salariale da oltre quindici anni. Mentre altri Paesi hanno visto crescere i salari reali, da noi si è accumulato un ritardo significativo.
Dal 2008 al 2024, la Corea del Sud ha registrato un aumento del 20%, la Germania del 15%, mentre in Italia si parla di una perdita dell’8,7%.
Un trend che ci pone agli ultimi posti tra le economie avanzate. Cosa hanno fatto di diverso questi Paesi? E quali scelte politiche ed economiche ci hanno portato a questo punto?
Una piccola svolta nel 2024: segnale o illusione?
Dopo due anni difficili, segnati da un’inflazione galoppante e dalla crisi energetica, il 2024 ha visto un’inversione di tendenza. Il +2,3% sui salari reali rappresenta un primo passo verso il recupero. È un risultato superiore alla media dei Paesi del G20 a economia avanzata, ma resta insufficiente a compensare le perdite passate.
Si tratta di un vero cambio di rotta o solo di una pausa temporanea? I prossimi anni saranno decisivi per capire se questo segnale sarà consolidato o se resterà un episodio isolato.
Produttività e salari: un legame che in Italia si è spezzato
In molti Paesi sviluppati, l’aumento della produttività va di pari passo con la crescita dei salari. Non in Italia. Tra il 1999 e il 2024, mentre negli altri Paesi ricchi la produttività è aumentata del 30%, in Italia è calata del 3%.
Solo a partire dal 2022 si è registrato un timido miglioramento: la produttività ha cominciato a crescere più dei salari, segnando un’inversione rispetto al passato.
Ma sarà sufficiente per colmare vent’anni di stagnazione?
Chi paga il prezzo più alto? I più deboli
L’aumento dei prezzi ha colpito tutti, ma non tutti allo stesso modo. Chi ha un reddito basso ha subito un’inflazione più alta, perché spende la maggior parte del proprio stipendio per beni essenziali come cibo, energia e affitto.
Le famiglie più fragili sono quindi quelle che hanno perso di più in termini di potere d’acquisto. Anche le donne continuano a guadagnare meno degli uomini, con una differenza del 9,3% sulla retribuzione oraria. Ancora peggiore la situazione per i lavoratori stranieri, che guadagnano in media il 26,3% in meno rispetto agli italiani.
Perché queste disuguaglianze resistono? E cosa si può fare per garantire equità salariale?
Sindacati compatti: servono riforme e rinnovi contrattuali
Di fronte a questi dati, il mondo sindacale ha lanciato un allarme. La Cgil chiede l’apertura di una vera e propria “vertenza nazionale sui salari”, mentre la Cisl punta a un accordo sui redditi condiviso con governo e imprese.
La Uil, infine, insiste sulla necessità di rinnovare i contratti, soprattutto nei settori strategici come metalmeccanico e pubblico impiego. Sarà questa la strada giusta per restituire potere d’acquisto ai lavoratori italiani?